A cosa servono le mani?A tante cose,noi le usiamo quotidianamente ma quando le mani non le hai più,quando non hai una casa,una famiglia che ti hanno ucciso componente per componente,cosa fai?Con chi te la prendi?Probabilmente a quel punto ogni individuo,ogni essere umano che sta bene è giusto che sia preso di mira,per fargli capire cosa hai provato.Selim aveva freddo. Sua nonna diceva che se ti concentravi fortemente alla fine le cose si avveravano. Selim chiuse gli occhi e si concentrò sulla sensazione di calore che provava, quando stava vicino al focolare. Riaprì gli occhi, però il freddo c’era lo stesso. Allora alzandosi con fatica sulle gambe arrivò fino alla coperta. La coperta era di ruvido cotone e sopra di essa era ricamata una bandiera americana. Ma Selim non poteva sapere che era ruvida: aveva perso le mani.
Anni fa, quando giocava con la sua sorellina Sahna vicino al pozzo una mina esplose uccidendo Sahna e portandogli via le mani. Da quando aveva perso le mani Selim era diventato inutile: non poteva giocare a pallone, non poteva aiutare la sua mamma e non poteva andare con suo fratello Mohamed nelle sue spedizioni così misteriose. Un giorno arrivarono i signori con gli elmetti e lanciarono addosso a Mohamed un fuoco di artificio e da quel giorno Mohamed andò insieme a suo padre nel posto da cui non si ritorna.
Selim si acciambellò nella coperta alla ricerca di un pò di calore e con la speranza che la fredda baracca di legno in cui viveva si sarebbe presto riscaldata. Alla mattina Selim si alzò e andò nell’angolo, che lui e la sua mamma avevano adibito a dispensa e sconsolato nel trovarla quasi vuota, prese con fatica una fetta di pane ammuffito e gustandolo boccone per boccone iniziò a mangiarselo. Dopo aver finito di mangiare il rancido pane Selim si alzò e andò al pozzo per prendere quella poca acqua che rimaneva. Caricandosi sulle spalle i secchi mezzi vuoti si avviò verso casa lottando contro l’arido caldo che gli rendeva secca la gola e gli pizzicava gli occhi. Arrivato a casa mollò subito i secchi e corse in casa: la sua mamma era arrivata. Sharefa, la madre di Selim era una donna sulla trentina ma gli occhi infossati e le numerose rughe che ne segnavano la faccia la facevano sembrare un avvoltoio spennacchiato; ma non per Selim: infatti, era la donna misteriosa e affaticata che gli portava sempre dei regali e del cibo. Infatti, Saharefa teneva tra le raggrinzite mani un fagotto contenente della dura carne di montone. Sua mamma stava via per molti giorni senza che Selim sapesse niente, poteva tornare dopo un giorno o dopo un mese nel frattempo Selim era abbandonato alle amorevoli cure dell’arido deserto del Arub Lut. Un giorno Sharefa disse a Selim: Starò via per un po’. Da quel giorno Sharefa non tornò più.
Da quel giorno passò molto tempo e il ricordo di Sharefa si sbiadì, ma non svanì mai del tutto. Restò come un ronzio in fondo alla testa.
Quel giorno il caldo era opprimente non lasciava scampo, Selim decise di andare alla locanda, mentre entrava l’insegna con le scritte arabe Da Gigi si muoveva sbatacchiata dal vento.
Entrato nella locanda dove di solito trascorreva il tempo, un familiare ronzio lo attirò: era la scatola delle immagini colorate. Trasmettevano le immagini di un aereo che si schiantava contro un palazzone. E poi l’immagine della sua mamma. Selim aveva capito. Avevano ammazzato la sua mamma, che aveva preso l’aereo. Selim schizzò fuori dalla locanda lottando contro la tormenta di sabbia che imperversava in quel momento. Perchè gli avevano tagliato le mani?Perchè gli avevano ucciso il fratello? Perchè suo padre era morto? Perché sua mamma era stata ammazzata? Ora tutto diventava più chiaro.
Fischi, urla, spari, sangue, molto sangue.
Si dice che quando una persona muore riveda spezzoni della sua vita.